Formazione accademica e vita consacrata femminile

Intervista a Suor Samuela Rigon, Istituto di Psicologia

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PAOLO PEGORARO | Direttore Editoriale

di PAOLO PEGORARO

Direttore Editoriale

La formazione accademica delle consacrate è un tema articolato.

Per ragioni storiche si sono prediletti percorsi di studio

spendibili in ambito civile, mentre la formazione teologica

spesso si limita a due o tre anni. Per sviluppare

una collaborazione reale bisogna ricomprendere il servizio

senza distorsioni e riscoprire la vocazione comune: il battesimo

Il percorso accademico di Suor Samuela Rigon è in qualche modo emblematico per affrontare il tema della formazione accademica nella vita consacrata femminile. Ha infatti concluso di recente il suo dottorato presso l’Istituto di Psicologia alla Gregoriana, dove ha studiato e insegna da diversi anni, mentre nel frattempo svolgeva altri compiti nella sua Congregazione, le Suore Francescane della SS.ma Madre Addolorata, dove è stata infine nominata Superiora Generale. «Ho accettato di offrire il mio contributo come insegnante svolgendo altri ministeri nella mia vita, anche contemporaneamente, sia nella formazione che a livello di governo, sia con altre realtà esterne, ad esempio come commissario apostolico», ci racconta. «Mi sembrava molto difficile poter conciliare tante cose, ma al tempo stesso ha rappresentato un coronamento e mi ha permesso di acquisire chiavi di lettura, anche scientifiche, per una comprensione differente di tutta la realtà religiosa».
 

Mentre diamo per scontato che i candidati al ministero ordinato – quindi seminaristi diocesani e religiosi – dedichino parecchi anni alla formazione filosofica e teologica, permane ancora l’idea che per essere una buona suora non sia necessario studiare a lungo. Perché?

«Certamente vi sono pregiudizi da superare, ma anche altre ragioni. A livello storico, l’espressione carismatica di molti istituti femminili è stata il servizio – la diaconia – soprattutto nella forma educativa, sanitaria, sociale, ecc. Nel tempo è emersa sempre più la necessità di sviluppare competenze in questi settori e conseguire titoli spendibili anche a livello civile, facendo passare in secondo piano la formazione teologica.

Un’altra ragione è la grande eterogeneità delle congregazioni femminili, numerosissime e talvolta molto piccole. Questo comporta facilmente lo spostamento all’interno della congregazione, mentre per svolgere un ministero professionale come l’insegnamento serve una certa stabilità.

Non da ultimo c’è il fattore economico, sia perché le consacrate non possono fare totalmente affidamento su aiuti derivanti dalla pastorale, sia perché lo studio delle discipline filosofiche e teologiche risulta meno spendibile sull’immediato».

In passato la carenza di formazione ha circoscritto la vita consacrata femminile a lavori umili. Come comprendere in maniera corretta il carisma del servizio?

«Per affrontare questo tema credo sia importante adottare due prospettive: una personale e soggettiva, e l’altra istituzionale e sociale.

In primo luogo è importante che la formazione di una donna consacrata punti allo sviluppo di una libertà interiore e di una motivazione autentica, capace di reggere e orientare il suo cammino. In altre parole, se il senso che attribuisco al mio ministero è davvero una risposta a una chiamata di Dio per il servizio della Chiesa… allora posso svolgere anche il servizio più nascosto ed essere soddisfatta della mia consacrazione religiosa. Viceversa, posso svolgere un’attività socialmente riconosciuta – ad alti livelli civili, accademici ed ecclesiali – e viverlo come una forma di ascesa sociale o di carrierismo, come se fosse il ruolo a definire la mia identità. La motivazione e la libertà interiore del soggetto sono quindi fondamentali.

Altra faccenda è, invece, la prospettiva istituzionale e sociale che preclude alle consacrate delle possibilità o le relega in alcuni ambiti. È un dato di fatto che le consacrate non hanno accesso all’ambito dell’autorità nella Chiesa, essendo collegata al ministero ordinato, anche se oggi possiamo rallegrarci per alcuni chiari segni di apertura e novità avviati da papa Francesco. E in questa relazione c’è il rischio di uno sbilanciamento. Se si richiede la vita consacrata femminile perché economicamente più conveniente – come mano d’opera a basso prezzo – si sta confondendo il “servizio” con il “servilismo”. Queste distorsioni vanno corrette, perché l’investimento in preparazione, sviluppo delle competenze e acquisizione di titoli richiede una giusta ed equa retribuzione».
 

 

Lo studio è forse il principale strumento di emancipazione. Vi sono giovani religiose che giungono da contesti culturali nei quali la donna è ancora segregata. Che ruolo ha la formazione universitaria?

«Credo fermamente che questa possa essere un’occasione per tante donne consacrate, perché ci sono luoghi del mondo in cui la donna, ancora oggi, vive una condizione di subordinazione estrema nella vita sociale, civile e anche ecclesiale. Il fatto di offrire un’adeguata formazione culturale alla donna è veramente un principio di riconoscimento della sua dignità. Naturalmente, soprattutto per quanto riguarda le consacrate, questo va inserito in un progetto più ampio, che è la formazione integrale della persona e della donna consacrata».
 

Oggi quale iter scolastico è richiesto a una religiosa?

«C’è molta eterogeneità, come dicevo. Nei primissimi anni di formazione si cerca di assicurare che le giovani abbiano una formazione teologica di base, anche se non accademica, per creare i fondamenti necessari per sviluppare la vocazione e per ulteriori studi. Credo che questo oggi sia offerto a tutte, anche grazie a organismi quali l’USMI (Unione Superiore Maggiori d’Italia) e altre associazioni. Tuttavia è necessario ricordare che questo vale per l’Europa, le Americhe e alcuni altri paesi, mentre in altri luoghi del mondo la situazione è ancora piuttosto precaria.

Diversi istituti richiedono poi il corrispettivo della triennale di Scienze Religiose o il Baccalaureato in Teologia, ma non avviene ovunque. Non tutti gli istituti religiosi hanno ancora un direttorio di formazione aggiornato, nonostante sia previsto dalla Chiesa. Per contro, una forte sollecitazione viene dal fatto che molte giovani donne entrano nella vita religiosa in età adulta, spesso già con titoli accademici e generalmente con un’esperienza professionale notevole».
 

Oggi nelle università pontificie è più facile trovare docenti laiche, piuttosto che religiose. Avere anche suore tra i docenti non aiuterebbe i sacerdoti di domani a formarsi un’immagine più corretta della vita consacrata femminile?

«È sicuramente un ambito da sviluppare. Nella mia esperienza, sia a livello di insegnamento, sia a livello apostolico e formativo, ho riscontrato che nella Chiesa c’è poca conoscenza tra le diverse forme di vita. E se non c’è conoscenza, sarà difficile esprimere apprezzamento e stima, o sviluppare una reale collaborazione. 

Spesso le religiose sono inserite a livello diocesano e parrocchiale, ma i sacerdoti guardano a quello che possono fare per la comunità – com’è giusto che sia – senza approfondire l’identità spirituale e il carisma della loro congregazione. Dobbiamo ancora camminare per realizzare la Chiesa-comunione e popolo di Dio. C’è molto ancora da realizzare di documenti come Mutuae Relationes»

Il cammino sinodale ha qualcosa da dirci, in questo senso?

«Spero possa essere un incoraggiamento e che ci ricordi che la vocazione fondamentale è il battesimo. Le varie forme di vita sono modalità diverse – ma di pari dignità – per dare carne al medesimo battesimo. E ogni vocazione è chiamata a essere, nella vita ordinaria, testimonianza l’uno per l’altro. Diversamente corriamo il rischio di confondere la vocazione e il servizio con il potere. Credo che questo farebbe bene a tutti, perché incontrare chi è diverso da me mi aiuta a mettere a fuoco la mia identità. Vale a livello personale, ma anche a livello di vocazione nella Chiesa. Vocazioni diverse, ma uguali per dignità».